I Racconti del Metronotte

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Prefazione

Non mi conoscete, non potete. Troppo immersi nelle vostre faccende, mai avreste potuto sorprendere i miei rapidi sguardi. Una sbirciatina mi bastava per scavare nei vostri pensieri, un occhiata premurosa scandita dai palpiti dell’ansia che la maschera professionale non lasciava trasparire, abituato com’ero a ritenere, sotto l’influsso malefico di un riflesso condizionato, che non esisteva niente di sicuro, men che meno tra il fiume umano che senza interruzione affluiva dagli angoli della piazza Diaz dove piantonavamo gli ingressi della Banca Popolare.

Era mio dovere diffidare, era il mio mestiere scrutare i segreti altrui e, a vostra legittima insaputa, collocarvi di volta in volta nella immaginaria pagella dei presunti onesti o nella zona ambigua dei possibili banditi. Diversamente, quale opinione vi sareste fatta di quell’uomo che, virtuosamente, indossava la divisa e accompagnava i vostri passi frettolosi con la coda dell’occhio e l’apparente noncuranza di un cane randagio? Ero io quell’uomo.

Ora che i miei capelli sono imbiancati più in fretta dei vostri, ora conservo i vostri segreti come in uno scrigno inviolabile assieme ai ritmi della città, le sue trasformazioni, le sue stagioni, soprattutto le sue notti. Prima ancora che sorgessero i grattacieli spiavo i ciclisti intabarrati che solcavano in silenzio i bassi banchi di nebbia nei quali annegavano le luci liquefatte dei lampioni e la faccia grigia del Duomo. O, nei rari giorni di riposo, la magnolia che animava di poesia la statua di Rosmini e alle sue spalle la sapienza secolare di un palazzo aristocratico.

Ogni notte, da solo, spingendo adagio i pedali sulle piastrelle floreali della galleria, calpestando le orme polverose di una folla anonima che io detestavo, ma forse solo per invidia. Forse solo per rivalsa, poiché mi era inibita la vita normale, mi accodavo per gioco alle luci del Corso e poi lambivo le mura sbrecciate dei quartieri ripensando agli amici che lì avevano combattuto.

Come migliaia di colleghi, anch’io ho disputato una battaglia di oltre trent’anni contro banditi, freddo, stress e sonno. Ora posso sfogarmi, ora che ho deposto il berretto e la giubba con i gradi, carichi di gioie ma anche di rancori: perché sono stanco dei vostri mediocri pregiudizi: non sono un cugino povero dei poliziotti né una caricatura da cui trarre sberleffi e disprezzo.

Ma davvero volete sapere perché ho scritto questo libro? Lo saprete alla fine e forse anche voi capirete il mio irrefrenabile scatto di rabbia  quando vi ho trovati indifferenti perfino davanti alla tragedia di Erminio.

Continua

Indice dell’opera completa

Prefazione

Capitolo 1. Il prestigio di Serse e i buoni ladroni

Capitolo 2. Tre neofiti a pedale tra centro e periferie

Capitolo 3. La vita alla rovescia

Capitolo 4. I futuri sindacalisti prima di Damasco

Capitolo 5. Com’era grama la notte negli anni Sessanta

Capitolo 6. Lo sciopero ad oltranza dei ventotto giorni

Capitolo 7. Nel guado tra passato e futuro

Capitolo 8. GLi amici di Fortunato

Capitolo 9. La storia del Caduto Erminio Vittorio Carloni

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