I racconti del Metronotte. Capitolo 9

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La storia del Caduto Erminio Vittorio Carloni

La Mondialpol era un’officina di ribelli, ora che le sue cinquecento guardie avevano sperimentato l’inebriante sapore della dignità. Non erano più disposti a subire in silenzio, se ciò equivaleva ad abdicare ai diritti più elementari. Non solo i più equipaggiati sindacalmente, ma anche gente sprovveduta perché di recente assunzione come Salvatore Cardone. Lo avevano costretto a rinunciare alle ferie e lui si era sentito profondamente ferito nell’orgoglio. Senza alcun timore delle ritorsioni di cui sapeva che sarebbe stato un sicuro bersaglio, si era presentato ai capi ostentando calma e decisione: –         voglio le ferie per l’anno prossimo. E non voglio superare le 280 ore di servizio al mese. Sono stufo di farne quattrocento. Per punizione l’avevano immediatamente spedito a Selve, provincia di Vercelli, a sorvegliare i patrimoni di un utente. Due mesi di gogna. Dall’esilio era rientrato a Milano più cocciuto. L’ondata irritata del malessere trasudava perfino dai muri del cortile di via Moscati. I confederali avevano riaperto il fronte e ora, quasi volessero conteggiare la forza bellica avversaria, chiedevano di verificare uno a d uno gli accordi che l’azienda aveva sottoscritto da due anni a partire dal contratto nazionale e che a giudizio del sindacato non erano stati rispettati. E il famoso doppio riposo? Chi si esponeva poteva sì prevedere qualche rappresaglia, peraltro di carattere temporaneo, come una medicina amara ma tonificante, ma non il licenziamento. Perché il sindacato unitario era pronto a scatenare la guerra. In ogni caso la cura assidua delle segreterie confederali aveva già infranto la barriera, anche culturale, dietro la quale la Mondialpol si era illusa di spadroneggiare. Tra i più frenetici demolitori il delegato Antonio Perna si era dapprima guardato attorno, aveva sondato il polso dei colleghi, infine aveva inalberato la bandiera della grande rivolta: –         ragazzi, chi ci sta a cambiare? Si faccia avanti chi ha cuore, forza e coraggio. Il mercato tirava. Oltre all’anti rapina, di cui aveva acquisito una sorta di monopolio per una catena di banche, la Mondialpol aveva rastrellato un considerevole pacchetto di servizi di ogni specie. Anche il gorillaggio ai figli degli industriali da proteggere sulle piste di sci, una incombenza comportava tormenti né pochi né lievi, poiché si trattava di rimanere fuori casa per giorni e giorni al seguito, e a volte al servizio, dei pargoli d’oro e dei loro capricci. Impossibile tracciare un’attendibile pagella dei disagi. A giudizio di molti il primato forcaiolo spettava alla squadra cui veniva affidata la custodia di un certo palazzo del centro, turni di ventiquattro ore ininterrotte, dunque anche la notte quando la città era assediata dal gelo. A Erminio Carloni quel mestiere piaceva. Da ormai quattro anni aveva appreso tutti i segreti dell’antirapina, si era costruito l’indispensabile occhio clinico per individuare al balzo le anomalie al loro primo apparire. Abitava a Cinisello Balsamo in via Cornaggia, pochi locali malandati che lo zio Costante aveva rimesso a nuovo, da una topaia aveva ricavato una abitazione decorosa. Solo pochi colleghi, gli amici intimi, erano al corrente del suo tormentato passato di orfanello. Quando aveva quattro anni, il suo papà, era morto e l’anno dopo la mamma si era trasferita in Belgio con il bambino ma due anni più tardi anche lei l’aveva lasciato solo in questo mondo. A loro volta lo zio Costante e sua moglie Albina erano emigrati oltreoceano, si erano stabiliti in Argentina. Poiché non avevano figli, decisero che Erminio sarebbe vissuto con loro. Macilento, affamato di cibo ma soprattutto di affetto, Erminio li raggiunse quando aveva dieci anni. Gli zii divennero da allora i suoi genitori, li chiamava mamma e papà. Terminate le scuole, trovò lavoro alla Dalmine Safta finchè la nostalgia dell’Italia lo indusse a varcare a ritroso l’oceano. A circa ventisei anni, poiché lo aspettava il servizio militare, si arruolò nella Polizia. Poi fu assunto alla Mondialpol e fece sapere ai genitori la decisione: sarebbe rimasto per sempre in Italia. Che ci stavano a fare loro due soli, Costante ed Albina, lontani dal loro figliolo? Fecero fagotto e lo raggiunsero a Milano. Il nuovissimo reparto garage ideato da Fortunato custodiva un patrimonio di automezzi. Il nuovo amministratore dell’IVCM, Giuseppe Cavalli, affidò a Giuseppe Scicchitano la gestione dell’autoparco. Aveva già confermato Gandini al comando dei vigili fissi. Data l’esperienza, Gandini era in grado di giostrarsi nelle molteplici rogne quotidiane senza logorarsi il sistema nervoso. Aveva perfino appreso che era preferibile tamponare sul nascere la fonte di un disservizio prima che l’eco imprecisa di uno screzio anche irrisorio potesse turbare le orecchie sensibili di qualche cliente importante. Anche il reparto Fiera funzionava egregiamente, anzi era considerato il fiore all’occhiello del Città di Milano, grazie a quelle sue guardie così distinte, così sempre premurose ed eleganti, il tatto garbato con i cittadini. Il capo squadra Cetroni era soddisfatto: ce l’aveva fatta finalmente a ricucire il simpatico legame di reciproca comprensione tra vigili e comandanti. Ora il servizio filava senza intralci o quasi, al punto che, risultato davvero incredibile, si poteva perfino calendarizzare una ventina di riposi doppi all’anno. Si era distinto per le sue capacità. L’ispettore Sanvito voleva promuoverlo al grado di aiutante e trasferirlo alla centrale operativa. Ma Cetroni, dando prova di coerenza, aveva declinato garbatamente l’invito: –         non voglio il grado come un favore personale, ma solo se l’Istituto avrà la certezza che lo merito. Mario Lieti era stato trasferito alle scorte con l’incarico di assicurare l’incolumità di una illustre nobildonna dell’editoria. La nuova mansione l’aveva aiutato a dimenticare i dispiaceri di uno strascico processuale. Aveva fatto arrestare un ladruncolo, un anziano malandato che faceva pietà, e lo avevano convocato in pretura come testimone. L’avvocato voleva giocare la carta dell’infermità mentale: –         l’imputato era ubriaco oppure no? –         Può darsi che lo fosse, ma mi ha costretto a rincorrerlo per mezza città –         Ma lei ha provato a farlo stare in piedi con una gamba sola? L’avvocato faceva il suo mestiere, d’accordo, ma come fosse riuscito a strappare la misericordia del pretore. Lieti non lo capiva. Assolto. E allora lui perché aveva fatto tutta quella faticaccia? Gianni Pellicani invece dopo la rischiosa esperienza della scorta antisequestri si era dimesso. Motivi personali, privati, ma dopo qualche mese se ne era pentito. In via Lazzaroni qualcuno gli porse il modulo per l’assunzione, come se fosse stato un illustre sconosciuto. Compilò la domanda. Per tre mesi, lui che era stato tenente, fu allievo vigile alla Fiera e al termine del periodo di prova venne riassunto con una sola benevola concessione, il quinto livello. Giuseppe Volonnino era impiegato esclusivamente nei servizi speciali. Sorvegliava in abiti civili l’andirivieni della sede centrale della Banca Centrale della banca Commerciale sempre affollata di clienti da tutto il mondo. Oppure alle sfilate di moda e alle feste dei re della sartoria. Oppure la sicurezza dei leader sindacali, come Giorgio Benvenuto: quando il capo della Uil si trattenne a Milano per un convegno, Volonnino lo tampinò per tre giorni in tutte le sue apparizioni pubbliche senza mai perderlo di vista nenache un istante, nemmeno durante il pranzo al ristorante di Piazza Repubblica. Onofrio Pignataro era molto preoccupato per le aggressioni sempre più frequenti ai colleghi. In tanti anni mai le imboscate erano state così intense, sistematiche, selvagge. Temeva per l’incolumità delle guardie, soprattutto quelle che circolavano isolate, facili prede dei terroristi a caccia di armi. A Pavia il collega Alfio Zappalà era stato ammazzato dai Cocorì (Comitati Comunisti Rivoluzionari). Erminio Biandolino più che mai impegnato nel sindacato da qualche anno premeva il tasto fisso della riforma legislativa. Le idee erano ancora embrionali ma chiare su alcuni punti: decreto rilasciato ad personam, non più tramite il filtro degli Istituti ai quali, in tal modo la legge consegnava assurdamente il diritto di disporre dei dipendenti a proprio piacimento. I primi contatti con il ministero dedicati alla riforma risalivano al 1976, l’anno del Contratto Nazionale. Biandolino, Sfirra e altri delegati avevano bussato più volte al Viminale. Sempre spuntavano soltanto risultati marginali, magri ma utili come il permesso di portare la pistola h24 senza limiti geografici. Fino al 1978 invece la Guardia  Giurata poteva circolare armata soltanto durante il servizio. L’anno prima un collega che si era recato a Bergamo era stato arrestato proprio per quel motivo. Nel settembre 1978 infine la discussa festa del ringraziamento venne ripristinata. Ma rimase un caso isolato. Forse l’uomo più felice fu Francesco santovito, per la prima volta dopo trent’anni potè trascorrere in famiglia il giorno di Natale. Il banditismo d’ogni risma imperversava. Banche, negozi, uffici postali, grandi magazzini alla mercè delle scorribande incrudite. Ma i banditi che nella primavera del ’79 assaltarono il Banco di Napoli in piazza Piola, ignoravano che la loro rapina avrebbe innescato la miccia di una ribellione forse storica della Mondialpol. Certo, prima o poi il rancore delle guardie sarebbe esploso ugualmente, poiché la questione era attinente ad un aspetto delicato dei rapporti aziendali, un problema di cui i vigili avevano discusso a lungo. Davanti al Banco di Napoli la guardia Antonio Perna stava per darsi una manata in fronte: –         che sbadato! Ho dimenticato il giornale sulla macchina. Qualcuno lo urtò alle spalle, un colpo poderoso lo costrinse a compiere rapidi e goffi passettini per mantenersi ritto. Non appena riacquistato l’equilibrio si voltò indietro: –         ma che razza di modi sono questi! –         Lo sconosciuto lo afferrò maleducatamente per il bavero –         – ohè svegliati, questa è una rapina! Si ritrovò dentro la banca con le mani in alto –         stenditi per terra –         no, non mi stendo –         e perché no? –         Perché preferisco stare in piedi –         Obbedisci, guarda che io ho due pistole –         Io invece una sola, perché a me serve per lavorare Perna stava osservando il terzo bandito che saltava il bancone. Stava prendendo a calci il cassiere e gridava “fuori i soldi”. Quello biondino non staccava gli occhi da perna –         lo sa che non deve muoversi? Il terzo uomo stava di nuovo scavalcando il banco, aveva consegnato un sacco di monete metalliche al biondino. Quest’ultimo colpì con rabbia Perna alla testa brandendo il sacchetto come una clava. -sbirro maledetto La guardia si tenne con entrambe le mani la testa dolorante mentre il capo urlava “via, via tutti” Tornata la calma, Perna intravvide il direttore della Mondialpol Mario Guarino: –         è morto qualcuno? Ma siete sicuri che la guardia era davanti la banca? Antonio, ancora semi inebetito, riuscì a intuire che, almeno per quella volta, Guarino non avrebbe raccolto elementi utili per il licenziamento. Il direttore della banca infatti lo stava tranquillizzando –         non si preoccupi, la guardia era proprio qui davanti –         La direzione lo vedeva come il fumo negli occhi perché pochi mesi prima aveva contestato un accordo aziendale, di cui le guardie non erano state informate, in base al quale l’Istituto era autorizzato a defalcare cinquantamila lire dallo stipendio di ogni vigile per l’acquisto della pistola. Perna aveva ufficializzato il contrasto, l’accordo dice che tutto il necessario per lavorare è a carico dell’azienda. La pistola non è forse uno strumento di lavoro? Potrebbe la Fiat imporre ai suoi dipendenti l’acquisto del tornio? Ma ora Perna era rimasto senza pistola, perché i banditi gliel’avevano sottratta. Si rivolse dunque a mister Guarino: –         Io la pistola non l’ho più e dichiaro che non ne acquisterò un’altra. Perciò o me la comprate voi, oppure io sono a disposizione per i servizi disarmati. –         No, tu devi fare l’antirapina, perciò comprati una pistola –         E io non la compro. Se volete procedete pure contro di me. Così andiamo dal pretore e vi dimostro che ho ragione io. Pochi giorni dopo era stata convocata l’assemblea nella Camera del lavoro in vista del nuovo ccnl. Mentre il dibattito era in corso, qualcuno recò la notizia: –         hanno licenziato Perna, ha ricevuto la lettera poco fa –         e dov’è adesso Perna? –         Non c’è. E’ all’ospedale, suo padre è stato ricoverato d’urgenza Immediatamente fu deciso il blocca. Per tre giorni la Mondialpol rimase forzatamente inattiva. Tutti si astennero dai servizi. Il comandante Ezio Morettini spedì le scuse dell’azienda con un telegramma a Perna, che naturalmente rientrò immediatamente. Per tre giorni i delegati si erano sguinzagliati per coinvolgere i colleghi nello sciopero. Carloni, come al solito infaticabile, aveva setacciato la città a distribuire volantini, come già aveva fatto all’inizio dell’anno quando i confederali avevano dichiarato lo sciopero perché l’azienda non ne voleva sapere di applicare l’accordo provinciale. Anche in quella occasione l’agitazione si era innescata bruscamente. Per caso il delegato Busacchini era venuto a sapere che l’azienda aveva assunto una pattuglia per il servizio gamma, ossia la distribuzione dei valori alle filiali della Cassa di Risparmio. L’equipaggio era composto da vigili in prova, costretti ad uscire coi furgoni alle 4 di mattina. Busacchini si era precipitato nella centrale operativa. “Fermi tutti”, aveva intimato ai centralinisti. I quali avevano abbandonato la sala. Lì su due piedi erano state dichiarate 24 ore di sciopero. La Mondialpol aveva replicato: –         avete abbandonato la centrale? Non vi permetto di rientrarci finchè siete in agitazione I furgoni rimasero bloccati nel cortile e il direttore aveva chiesto l’intervento della forza pubblica. Le guardie picchettavano i cancelli. “Spostatevi”, intimò un funzionario di Polizia. Nessuno si mosse. I poliziotti sollevarono uno alla volta i vigili per sgomberarli di peso. Resistenza passiva era la parola d’ordine. Ma Busacchini non si la sciava spodestare dal cancello, al quale si teneva aggrappato con tutte le forze. Tutti gli altri assistevano alla scena accanto agli striscioni. Finchè il funzionario prese di nuovo la parola: –         Chi vuole può entrare a lavorare I vigili formarono due ali all’ingresso e gridavano: – Chi vuole, si accomodi Il corridoio rimase deserto. Il commissario si rivolse allora a Morettini: –         per favore, non chiamatemi più per queste storie, cercate di trovare un accordo Mentre le guardie ridevano molto divertite Erminio si avvicinò a Perna che come al solito si sbracciava: –         Antonio calmati. Che cosa fai stasera? –         Stasera sto a casa Si rituffò nella mischia a incitare i compagni. Aveva capito che quella sera Carloni sarebbe stato suo ospite a cena. Erminio gradiva moltissimo quelle serate, anche perché Isa, la moglie di Antonio, era molto brava a cucinare il pesce. Come le altre volte Erminio arrivò nel tardo pomeriggio con un borsone di cozze e vongole. Di solito si presentava all’improvviso, senza preannunciare la visita, ma dopo essersi accertato che Antonio era a casa. Depose il fagotto sul tavolo: “mica voglio mangiare a sbafo”. Sorrise lievemente mentre con Isa scambiava i soliti convenevoli. Non rideva mai smodatamente, anche per non mettere in mostra qualche dente malandato. Mentre preparavano la cena, discutevano degli argomenti più vari. A Cinisello Erminio si sentiva un po’ solo. Una volta aveva presentato ai genitori la sua amica. “Allora ti sei deciso a sposarti?”, gli aveva chiesto papà Costanzo. Erminio era rimasto a lungo pensieroso. Alla fine aveva scrollato lentamente la testa: “no, non me la sento”: Aveva aggiunto, ma forse più per giustificarsi che per convinzione, che lui di ragazze ne trovava quante ne voleva. I genitori non insistevano, rispettavano le sue scelte e capivano le sue difficoltà a stabilire un rapporto duraturo. A Perna regalava spesso libri e saggi politici: “ecco Marx, leggilo e poi spiegami cosa c’è scritto”. Sapeva che Antonio avrebbe gradito quei libri e mostrava interesse alle sue opinioni. Non era attratto dalle letture impegnative. Preferiva i fumetti e i romanzi rosa che poi regalava alla parrucchiera di fronte al Banco di Napoli di Viale zara 108, dove montava di guardia. Lui e Perna si erano conosciuti nel ’75. Vegliavano insieme la sede della Mondadori, il turno dalle 20 alle 8 di mattina. Spesso Antonio lo lasciava dormire perché in quel periodo Erminio era sul set di “Cattivi pensieri” di Ugo Tognazzi, una particina marginale che aveva richiesto molti provini. Erminio compariva nelle ultime scene del primo tempo, nella casacca di un cacciatore dall’andatura dinoccolata ripreso di schiena con lo schioppo a tracolla. Quel modo lievemente sghimbescio e singolare di camminare non era una finzione, per Erminio. La sera i colleghi se lo vedevano rientrare alla Mondadori molto stanco, con un cestino di formaggi che offriva atutti: era il suo compenso di attore, oltre alle venticinquemila lire al giorno. Sula sua esperienza cinematografica avevano scherzato insieme molte volte, lui e Antonio. Con l’amico Venerierano andati a vedere il film e quando appariva Edwidg Fenech che si spogliava, Erminio fingeva grande dispiacere: –         e io dov’ero in quel momento? –         Tu eri a fare la notte con me. A Di Giuseppe sarebbe piaciuto continuare quella vita, magari come capo del personale. Io rimasi ancora due anni, osservando con orgoglio le nuove leve di ragazzi coraggiosi e leali. Ci facemmo discretamente da parte, Serse ed io, come due padri soddisfatti perché i nostri figli crescevano migliori di noi ma con il rammarico di constatare che la qualità della loro vita era rimasta ancora troppo sottotono. Poi, inatteso, un immenso dolore scandì l’ora del mio congedo, nel novembre 1982. Assunto nel giugno ’81, Bruno Lombardi aveva ripetutamente chiesto il giubbotto antiproiettili come molti altri colleghi che svolgevano in prevalenza i servizi antirapina. All’inizio dell’82 fu assegnato all’Agenzia 15 del Banco di Napoli di viale Zara. Era febbraio. La prima volta si trovò sul posto alle 8,30, l’orario di apertura degli sportelli. Carloni lo aspettava. Il turno, di cinque ore, terminava alle 13,30. Dopo il pranzo, solo Erminio ritornava per il turno supplementare. Carloni introdusse Bruno alla capillare conoscenza del servizio: –         è meglio che non restiamo qui sul marciapiede, proprio davanti all’ingresso, perché qui non possiamo controllare ciò che accade dietro l’angolo Si spostarono oltre il controviale, nell’aiuola spartitraffico tra le rotaie del tram e il vialone centrale. Bruno si voltò indietro e si convinse che Erminio aveva ragione perché l’edificio che ospitava la banca formava un angolo retto con la via Ragusa. L’aiuola, una striscia interminabile di verde interrotta solo dai crocicchi, serviva anche come parcheggio perché i marciapiedi del controviale erano sempre intasati. Erminio gli fece osservare che le auto in sosta potevano servire come riparo nel caso di uno scontro a fuoco. Si prepararono a lavorare in coppia: –         tu copri le spalle a me e io copro le spalle a te. Dobbiamo cercare di rimanere in posizione frontale. E tutti e due guardiamo anche la banca, lo vedi? Da qui possiamo rilevare qualsiasi sospetto, e poi non possono coglierci di sorpresa Fece cenno alle corsie centrali del viale sulle quali scorreva intenso il traffico nei due sensi di marcia. Bruno alzò lo sguardo. I rami ancora spogli dei platani che scorrevano in doppia fila a perdita d’occhio disegnavano indecifrabili arabeschi. –         è proprio la posizione ideale Misurò la distanza tra loro e il marciapiede: dovevano esser circa sei o sette metri. Dunque non c’era il rischio che i banditi spuntassero d’improvviso dalla folla dei pedoni. Era d’accordo Erminio su questo dettaglio? – certo. Qui dove siamo noi possiamo essere avvicinati solo da due categorie di persone: chi deve posteggiare o riprendere l’auto e chi vuole chiederci un’informazione. Se non si tratta né degli uni né degli altri, puoi star certo che sono rapinatori. Si accostò alla lucente carrozzeria di una Fiat X19, una vettura biposto. –         ti piace? –         – aspetta, ascoltiamoci un pò di musica. Tu guarda un pò in giro Tuffò la testa nell’abitacolo appoggiandosi con una mano sul sedile per sintonizzare l’autoradio su un programma jazz. Si ritrasse e chiuse la portiera, dopo aver abbassato a metà il finestrino. Riprese il berretto che aveva deposto sul cofano. Bruno gli si era avvicinato, per seguire da vicino le manovre e dare un’occhiata alla bella macchina. Ma non appena se lo vide a mezzo metro da lui, Erminio colse l’occasione per proseguire la lezione: –         non dobbiamo mai stare a contatto, possono sorprenderci insieme. E allora è inutile che lavoriamo in coppia. Due, tre metri uno dall’altro possono bastare. Oltre che colleghi, diventarono presto amici. Bruno si stupì quando scoprì che Erminio aveva già trentasette anni: –         non te ne avrei dati più di trenta Erminio sorrise. Forse era il taglio dei capelli e la cura meticolosa della persona a ringiovanirlo. A marzo smise di magiare le focaccine che vendevano al bar vicino. Spiegò che nuocevano alla pelle. Sigarette, qualcuna, ma di rado. Quasi mai portava il berretto: –         anche quando ero in polizia mi dava fastidio Di solito se lo stringeva sottobraccio, pronto a ricacciarselo in testa qualora fosse spuntato l’ispettore. Soprattutto quando da lontano intravvedeva la sagoma del tram in arrivo, la linea 11 oppure la 2, uno di loro si staccava dal’aiuola e si piazzava davanti alla banca sul marciapiede. Le vetture caricavano e scaricavano in continuazione ondate di passeggeri a pochissimi metri dalla banca. La fermata era proprio all’angolo di via Ragusa. Poiché le porte del tram si aprivano sulla fiancata destra, il flusso era incontrollabile solo dal marciapiede. Quando pioveva si rifugiavano nella portineria della stabile, un edificio degli anni cinquanta, come quasi tutti i palazzi della zona. Sopra l’agenzia c’erano altri tre piani, dei quali solo il primo incorniciato da un balcone con pretese vittoriane, di colore intensamente bianco che spiccava sul marrone scuro della facciata. Nella portineria ci stavano malvolentieri. Ci si ficcavano soprattutto quando tirava aria di ispezioni: –         dobbiamo arrangiarci, il contratto non prevede che la guardia rimanga all’interno della banca, nemmeno in caso di maltempo,  borbottava Erminio di malumore Alcune banche, e le rispettive assicurazioni, ritenevano che la vigilanza fosse più efficace all’esterno e che il vigile armato negli uffici costituisse un rischio in caso di sparatorie. Quando pioveva Erminio e Bruno spiavano il via vai sbirciando fuori dagli spigoli dell’androne. I clienti della banca immancabilmente affondavano le scarpe nelle pozzanghere tra i capricciosi dislivelli del marciapiede. Quei dieci metri d’asfalto erano il corridoio della loro casa. Erminio si arrabbiava quando qualcuno vi gettava le cartacce o la cicca della sigaretta. Si sfogava con Bruno a bassa voce: –         fanno così anche a casa loro? Quel pezzetto di strada e quel fazzoletto di verde palpitavano una vita molto intensa con la quale soltanto Erminio sapeva dialogare. Senza contare che sul lato opposto del viale lavorava la sua ragazza. Al termine del turno attraversava dondolando la strada e si infilava nel negozio della parrucchiera. Arrivarono i primi tiepidi giorni di sole. Al balcone del primo piano quasi tutte le mattine si affacciava l’inquilina, una attempata zitella. Si accertava, sporgendosi dalla balaustra, che almeno una delle guardie si trovasse di sotto sul marciapiede e d’improvviso scopava furiosamente il balcone facendo precipitare grandi e dense nuvole di polvere. In alternativa, stendeva i tappeti e li sbatteva con energia. Erminio e Bruno, che si aspettavano l’aggressione da qualunque direzione fuorchè dal cielo, venivano immancabilmente colti di sorpresa. Erminio si scrollava la sporcizia con lenti gesti teatrali, la faccia schifata, e protestava guardando all’insù: –         le sembrano bei modi questi? –         Fino alle 10 si può. Vada anche lei a leggere il regolamento del condominio. E comunque è colpa sua se sta qui di sotto. Non pretenderà adesso che io non possa neanche fare le pulizie, eh? Zitto, controllando a fatica i nervi, Erminio si incamminava lemme lemme verso l’aiuola. All’ora di uscita dalle elementari di via Ragusa i ragazzini puntavano gli occhi meravigliati  alle guardie e ai rispettivi pistoloni alla cintura: –         guardate gli sceriffi scoppiettavano le vocine allegre. Allora Erminio si metteva in posa, la faccia feroce del pistolero infallibile. Poi si illuminava di colpo in uno splendido sorriso e faceva ciao ciao. Allora i bambini ridevano molto divertiti e o salutavano agitando le manine. I platani d’estate erano utili quando le chiome rigogliose aprivano provvidenziali ombrelli d’ombra, l’unico riparo dalla canicola cui era complice l’asfalto ribollente. Bruno era curioso di conoscere la sua opinione circa il contributo di quegli alberi durante le altre due stagioni che non aveva sperimentato sul posto. – d’inverno sono inutili, in autunno ci crescono i funghi – e con il benzinaio ci hai mai parlato? – no quello è uno tirato, non si riesce a legare. Forse non gli piacciono le divise Bruno capì perché Erminio guardava spesso in quella direzione: scrutava le macchine che si fermavano per accertare se facevano rifornimento o meno. Via via che i mesi trascorrevano, Bruno si rendeva conto che non aveva ancora capito a sufficienza la qualità del rapporto che legava Erminio a quell’amorfo lembo di strada. Era come se Erminio si sentisse responsabile di ciò che vi accadeva, qualunque cosa fosse. Era come se volesse proteggerlo mettendogli a disposizione la sua provata professionalità. Quel frenetico pezzo di Milano, Erminio lo amava con tutto il suo essere. Ecco perché, credette Bruno di intuire, non ha voluto cambiare posto dopo la rapina dell’anno scorso, nonostante sapesse quanto fosse rischioso per lui rimanerci. Nel suo caso, poi, le ragioni che avrebbero suggerito lo spostamento valevano almeno il doppio perché era stata proprio la sua reazione a far fallire la rapina e i banditi potevano vendicarsi. Gliene aveva parlato a Bruno, anche più di una volta, ma solo per dimostrare quanto fosse importante prevenire la rapina ed evitare di trovarcisi in mezzo: –         quella volta mi è andata bene, ma è stato un caso. Sono entrati mentre io ero in bagno, loro sono venuti a  cercarmi anche là dentro. Io allora mi sono arrampicato sulla finestra, con la sinistra mi sono aggrappato al battente della tapparella all’esterno, e con la destra ho scaricato la pistola contro la porta. Loro hanno preferito scappare –         ma allora sei stato bravo –         piano, se loro avessero insistito cosa avrei potuto fare? Niente! Non avrei avuto nemmeno il tempo di ricaricare. In quella posizione in cui mi trovavo poi…. –         E allora perché sei rimasto qui? –         Vedi, qui ormai ho un rapporto con la gente. Per molti di loro non sono più un estraneo –         Quindi, dicevi, meglio prevenire… –         Certamente,. Se c’è un conflitto a fuoco, c’è sempre da smenarci Se gli avessero consegnato il giubbotto antiproiettili e la ricetrasmittente l’avrebbero visto saltare di gioia, Bruno ne era sicuro. Ne parlava spesso come di due strumenti molto utili proprio per prevenire lo scontro armato. L’Istituto faceva sentire la sua presenza solo di raro, per lo più i contatti tra la centrale e le guardie venivano stabiliti con il telefono della banca. Oppure tramite le fugaci apparizioni dell’ispettore. Oppure erano altri colleghi che, sfrecciando a bordo dei blindati sul viale, non mancavano mai di salutare gli amici agitando le mani dietro il finestrino corazzato. A maggio Domenico Varchetta dell’Ivas di Sesto era stato ucciso a Cologno dai ladri dei cantieri. Da due anni le rapine si erano infittite. La mattina del diciotto novembre Erminio soppresse la tentazione di attraversare il viale. Avrebbe voluto scambiare due chiacchiere con l’amica. L’autunno aveva staccato le foglie che svolazzando pigramente intorno alle cortecce ingrigite si posavano tra i ciuffi di erba rinsecchita. La giornata era bella, quasi radiosa. Alle 10,30 Bruno ed Erminio avvistarono l’ispettore: –         eccolo che arriva –         chiedigli quando ci danno i giubbotti –         ‘giorno ispettore. Quando ci date i giubbotti? –         Domani Gli avrebbero riso addosso ma si trattennero. Quei giubbotti erano un miraggio, un fragile ed irraggiungibile feticcio esotico. Si spostarono sull’aiuola uno di fronte all’altro a guardia del microcosmo familiare. Tenevano d’occhio la banca e parlavano tra loro, a tratti anche ad alta voce quando l’argomento non coinvolgeva la privacy. Scortato dalle maestre, un grappolo di bambini sciamò davanti a loro ed Erminio sorrise ad i più vispi. Oltre le rotaie, alla fermata, il capannello di passeggeri in attesa si scioglieva e si riformava continuamente ad ogni passaggio del tram. Era come se la gente avesse deciso d’improvviso di uscire tutta insieme assecondando inconsciamente il richiamo dell’inattesa apparizione del sole che pareva aver fatto esplodere in anticipo i tepori della primavera. Per passatempo, ma anche per motivi professionali, Bruno ed Erminio spesso si divertivano a indovinare il tipo di vita dei passanti. Da via Ragusa, nello  sbocco sul controviale nel suo raggio visivo, Bruno vide spuntare due giovanotti sui vent’anni, entrambi con il taglio corto dei capelli nerissimi. Uno portava la borsa seminascosta sotto il soprabito ripiegato sul braccio. L’andatura velatamente rigida, i movimenti quasi impacciati, il portamento troppo rigido. Ebbe l’idea che si trattasse di rappresentanti spaesati di una setta americana in cerca di adepti. Incuriosito, li seguì con lo sguardo fino alla fermata del tram. Li vide confabulare ai margini del crocchio di passeggeri in attesa, dal quale si alzava un gran vociare che si mescolava con l’opprimente rombo dei motori sul viale. Eccoli, ora si staccavano dal gruppo e venivano verso di loro, volevano un informazione, Bruno non aveva dubbi. Il giovanotto con la borsa si avvicinò ad Erminio, mentre l’altro sembrava volesse proseguire sull’erba oltre la posizione occupata da Bruno. Riuscì a capire le parole dell’altro a Carloni: –         stai fermo! Da sotto l’impermeabile era comparsa una canna brunita –         Bruno, stai attento a quell’altro, urlò Erminio Di scatto, calando un fendente con la sinistra, Erminio aveva deviato la pistola e con la destra aveva impugnato la sua 357 magnum. Nell’aria echeggiò sordo un click: la 92-s del rapinatore aveva fatto cilecca ed Erminio si accingeva a cogliere al balzo la circostanza fortunata. Forse avrebbe capovolto le sorti dopo lo svantaggio iniziale. L’aveva raccomandato tante volte a Bruno: –         se ti attaccano di sorpresa cerca di deviargli la pistola con la sinistra e con la destra gli molli un cazzotto L’altro bandito era balzato in avanti fulmineo, una 38 special nella mano si era piazzato a fianco di Erminio ed aveva sparato. Nello stesso momento Bruno si capovolse piroettando all’indietro sul cofano di una Fiesta lasciandosi rotolare dalla parte opposta. Al riparo della vettura non poteva osservare la scena, ma soltanto intuirla. Il proiettile gli aveva trapassato il ventre da destra a sinistra ma Erminio non era caduto. Ora anche Bruno sparava contro i banditi. Stavano già fuggendo, ma erano ancora a pochi passi da lui. Sentì crepitare un mitra e vide Erminio afflosciarsi davanti al paraurti del’auto che gli faceva da scudo mentre i banditi sparivano dalla visuale, coperta d’improvviso dalla sagoma arancione del tram dal quale proveniva uno strepitio terrificante di urla e grida di aiuto. Bruno era in piedi, sentiva le voci ma non vedeva nessuno perchè tutti i passeggeri si erano gettati sul fondo. Il tram sforacchiato sulla fronte passò oltre sferracchiando. I due banditi stavano correndo, erano già lontani forse una trentina di metri. Il tram si era fermato, liberando dalle porte un effluvio di volti terrorizzati. Aveva esaurito le munizioni. Uno dei banditi invece si era voltato e stava puntando il Mab nella sua direzione ma il complice lo aveva afferrato per le spalle incitandolo a sbrigarsi. Erminio era stato colpito anche dal mitra, un colpo dalla spalla sinistra all’emitorace destro, un colpo dal torace ai lombi, un terzo colpo alla coscia di striscio. Bruno si accostò all’amico che stringeva la pistola in pugno. Muoveva le labbra, voleva dire qualcosa. Sopra l’assordante trambusto l’eco sempre più impazzito di un’autoambulanza. Due carabinieri in alta uniforme avevano bloccato il traffico per agevolare i soccorsi. Gli infermieri adagiarono Erminio sulla lettiga. Bruno raccolse accanto alla macchia di sangue la 357 magnum e l’aprì: tutti i colpi erano ancora nel tamburo. Erminio tentava ancora di parlare ma Bruno non capiva. Gli accostarono il respiratore alla bocca. Un infermiere gli assestò un violento pugno all’altezza del cuore. Erminio rimase immoto. L’uomo col camice bianco imprecò. I barellieri sollevarono la lettiga. Anche Bruno si alzò in piedi. I due Carabinieri salutarono Erminio sull’attenti. I loro pennacchi rosso-blu luccicavano come una promessa di giustizia scossa appena appena dagli zampilli abbaglianti che filtravano tra le foglie scolorite Fine

Indice dell’opera completa

Prefazione

Capitolo 1. Il prestigio di Serse e i buoni ladroni

Capitolo 2. Tre neofiti a pedale tra centro e periferie

Capitolo 3. La vita alla rovescia

Capitolo 4. I futuri sindacalisti prima di Damasco

Capitolo 5. Com’era grama la notte negli anni Sessanta

Capitolo 6. Lo sciopero ad oltranza dei ventotto giorni

Capitolo 7. Nel guado tra passato e futuro

Capitolo 8. GLi amici di Fortunato

Capitolo 9. La storia del Caduto Erminio Vittorio Carloni

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