La solitudine della Guardia Giurata nei giorni di festa.

Andrea mi chiede di scrivere un articolo che parli della “solitudine”. Conosce ed è vicino a molti di voi che sono stati e saranno di turno in questi giorni di feste: lontani dalle persone care e si sentiranno soli.
Detto fuori dai denti, la solitudine è una “brutta bestia”, una compagna del quale si farebbe volentieri a meno. Ricordo una canzone di Gianni Morandi: Signora Solitudine. Magari a voi non piace il cantante, ma il testo è molto bello. Ve la consiglio, ascoltatela!

La guardia giurata vive di solitudine e non e’ una buona amica, non da’ grandi consigli, delle volte qualcuno la ascolta e fa’ cose folli.

Queste le parole di Miriam, una guardia giurata come voi che aveva più volte denunciato la solitudine del suo lavoro. Un malessere crescente, che aveva esternato anche scrivendo a Napolitano, poco prima di togliersi la vita. Questi altri passi della sua lettera:

Fare la notte in postazioni perennemente dimenticati dal mondo ti dà modo e tempo di pensare, anche troppo… pensi, pensi e ripensi ! E questi pensieri ti soffocano , ti schiacciano: non hai tregua nel cervello e come la tortura cinese , goccia dopo goccia il cervello te lo senti scoppiare… passo troppe ore da sola, senza parlare con nessuno… Quanta solitudine viviamo ?

Mariam era depressa. La depressione quando molto grave, va in coppia con la disperazione. Quando presenti entrambe (depressione e disperazione), la vita si svuota di significato e di interesse. La morte è vista come liberatrice. Il futuro inaccessibile e il presente immodificabile. Il luogo o lo spazio in cui si vive è ristretto, chiuso, vuoto, immobile e gli oggetti diventano irraggiungibili. Ci si sente non capiti.

Mariam provava tutto questo e non è riuscita a trovare altra via che togliersi la vita. Come fare dunque per non trovarsi in questa situazione? Il vostro mestiere vi espone alla solitudine. Vi espone anche al disagio di un presente ed un futuro incerto.

  • Anche se provare solitudine è spiacevole, è importante ricordarsi che sentirsi soli non significa essere depressi, ne pensare di farla finita.
  • La differenza tra una persona depressa e una no, è che la seconda ha speranza e attaccamento alla vita. Coltivate il vostro desiderio di vivere: nonostante le fatiche, la vita ha un senso. Trovate il vostro e prendetevene cura.
  • La mente va dove la lasciamo andare. Sembrerà strano, ma è possibile guidare i propri pensieri. Quando vi sentite soli, allenatevi per esempio a contrastare i pensieri negativi, con pensieri opposti e felici: l’ultima vacanza, quella bella serata trascorsa con gli amici di sempre, la gioia di essere padri e madri, la gita fuori porta, quel comico televisivo che vi fa morir dal ridere. Non importa se è passato molto tempo da quell’evento, è importante che la mente torni là. Non è un esercizio di nostalgia, è un esercizio di influenzamento emotivo: il presente apparirà un poco più sereno. Quanto basta per affrontare la prossima sfida.
  • Coltivate le amicizie e le relazioni fuori e dentro il lavoro. Ad ognuno è capitato di guardare l’amicizia con cinismo e scetticismo, a causa di delusioni e di “tradimenti”. Poi arrivano momenti in cui l’amicizia vera ci ripaga di quello che è stato tolto, così da assaporare la sua bellezza e grandezza. Le risate insieme, una lettera scritta con il cuore, un viaggio condiviso, gli scherzi, un abbraccio che sa di rifugio e protezione quando attorno a noi c’è solo buio …

Un grande abbraccio e riconoscimento per il vostro contributo discreto e prezioso alla nostra sicurezza.

Dott. Gabriele Achilli

P.S. Oggi i nuovi disagi sono quelli legati all’assenza di relazioni: persone lasciate sole e dimenticate. La povertà dunque non è solo non avere abbastanza soldi per vivere ma anche non avere abbastanza legami con gli altri. Consiglio: cercate di non lasciare sempre più soli, soprattutto in questo periodo, tutti quei soggetti che sono tendenzialmente più fragili e che cadono più facilmente in uno stato di depressione.

Uno studio della Sorbona, ha coinvolto un campione di 13.000 persone. I risultati suggeriscono un rapporto inversamente proporzionale tra il tempo trascorso in internet ed i rapporti sociali e la soddisfazione personale: maggiore è il tempo trascorso in Internet e maggiori saranno anche la solitudine e l’insoddisfazione per la propria vita.
L’analisi dei dati ha evidenziato che i soggetti che hanno riferito di passare più tempo in Internet hanno anche segnalato punteggi più alti per la solitudine e l’insoddisfazione personale. Per quanto riguarda la web-comunicazione, le misure a livello mondiale hanno inoltre dimostrato che trascorrere molto tempo in servizi di chat, instant messaging e newsgroup è associato a livelli maggiori di solitudine.
Inoltre ha evidenziato che il maggiore utilizzo di Internet sia associato anche ad una minore soddisfazione per la propria vita.
I ricercatori hanno concluso dicendo:” speriamo che il nostro contributo possa essera di stimolo per studi futuri […] ma a questo punto qualsiasi profezia sul fatto che il maggiore utilizzo di Internet sarà causa, in futuro, di elevata solitudine e insoddisfazione sarebbe assolutamente prematura”.
Il paradosso di quest’epoca è che, nonostante aumentino le occasioni di incontro, gli esseri umani sono sempre più soli e incapaci di comunicare. Il mondo virtuale è una trappola: toglie il problema dell’inibizione/timidezza permettendo di contare migliaia di amicizie sulla propria pagina facebook, ma è ovvio che di amicizie non si tratta. La vera amicizia, come ci ha spiegato Aristotele, è quella fondata sulla virtù; è un tipo di rapporto che dura nel tempo, che si nutre del bene e ne produce. Gli amici sono simili e si scambiano reciprocamente affetto e attenzioni, perché l’uno vuole il bene dell’altro. C’è desiderio di condividere pensieri, opinioni, esperienze, c’è la voglia di trascorrere del tempo assieme e il volere la felicità altrui.
Sembra che anche nel nostro mondo relazionale e sociale abbiamo preferito la quantità alla qualità: tante amicizie (talvolta, declassabili a simpatie), invece di poche (intense) ma buone.
Come già detto, l’amicizia è un rapporto reciproco e, pertanto, non deve né trasformarsi in “volontariato”, in cui soltanto una delle due parti gode dei benefici di tale rapporto, né consistere solo e soltanto nel “ricevere”. Piuttosto, il “dare” e l’avere” dovrebbero essere in equilibrio, in una sorta di situazione di bilancio che si crea automaticamente, senza bisogno di fare i conti in tasca all’altro.
Le relazioni non possono crescere e maturare senza sostegno alcuno. Tutti noi dovremmo averne più cura e preoccuparcene; a maggior ragione, in un tempo difficile come il nostro in cui i legami vacillano.

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