L’uomo bersaglio

L’uomo bersaglio

Anonimo, segnalato dal M.llo Jeanfrancois Glosa

Pubblicato sul Calendario della Vigilanza Privata 2012

Illustrazione di Monticelli E Pagone

Passando davanti ad una banca, noto la Guardia Giurata, che normalmente staziona nei pressi dell’ingresso, lanciarmi un occhiata mentre mi sto avvicinando. E’ un uomo non ancora completamente uscito dalla fisionomia del ragazzo, fermo sul marciapiede, con le mani in tasca; ogni tanto sposta il peso del corpo da un piede all’altro e guarda, sembra distrattamente, i vari passanti.

Mi osserva, senza mostrare particolare interesse, per la durata di circa un secondo, poi rivolge la sua attenzione altrove, fermandola su un uomo che sta sopraggiungendo da una direzione perpendicolare alla mia.

Il suo sguardo pare alleggerirsi mentre, con un cenno del capo, lo saluta. Quando questi gli arriva vicino, un po prima di me, i due si mettono a parlare. Subito dopo, passando loro accanto, capto alcune delle parole scambiate, che mi fanno immaginare una loro conoscenza un po più che superficiale.

Mi viene spontaneo mettere a confronto la sensazione che il “vigilante” può aver provato mentre notava me e quella avvertita scorgendo il suo conoscente. La brevità dell’occhiata lanciatami mi fa supporre che abbia dedotto, dal mio aspetto, che io fossi un normale ed inoffensivo passante. Ciò deve essere avvenuto alla fine d’un suo rapidissimo processo di valutazione. All’inizio, proprio nell’attimo in cui la sua attenzione cosciente s’era resa conto che un individuo non meglio identificato si stava avvicinando, il “vigilante” non poteva sapere  che io non rappresentavo nessun pericolo.

In quell’attimo la sua mente deve aver preso in considerazione ogni possibile ipotesi, prima fra tutte, quella che io potessi essere un rapinatore, magari pronto a fare fuoco. E’ parte del suo lavoro l’idea di far da bersaglio a colpi d’arma da fuoco; indossa infatti un giubbotto antiproiettile. Può darsi che l’abitudine a convivere con una tal eventualità non lo emozioni ormai più di tanto ma, nel momento in cui s’accorge dell’avvicinarsi di una nuova persona, non può conoscerne già le intenzioni. Non so a quanti di coloro che fanno un tal mestiere, in quell’attimo, non passi per la testa, come un lampo, la domanda: “ vorrà farmi fuori? “.

Uno può essere insensibile fin che si vuole, abituato ad ogni tipo di rischio fino, al limite, a giocarsi la pelle alla roulette russa, ma nel momento in cui deve decidere se un nuovo venuto estrarrà la mano che tiene in tasca impugnando una pistola con l’intenzione di fargli un buco in testa, oppure se tirerà fuori un accendino per accendersi una sigaretta, credo che chiunque abbia un breve, brevissimo, istantaneo attimo di panico. O, se non si tratta di panico, non saprei come definire una tale sensazione, non essendomi fortunatamente mai trovato in simili frangenti; che sia panico, o che sia qualunque altra cosa, immagino che non si tratti comunque mai d’una sensazione riposante.

Come, invece, può essere stata quella provata dalla Guardia Giurata alla vista del suo conoscente. E’ il confronto tra queste due possibili reazioni, avvenuta nell’animo del “vigilante” davanti alla banca, che m’ha fatto pensare. Quante volte, in una giornata, quest’uomo si trova in una condizione e quante nell’altra?

Sembra assurdo, anzi è assurdo; che io provi un moto di piacere al pensiero ch’egli abbia trovato una persona amica, poiché quel tizio non l’ho mai visto in vita mia.

Nello stesso tempo noto che mi dispiace che quest’uomo possa, ad ogni nuovo individuo sconosciuto, essere quasi trafitto dalla domanda: “ mi farà fuori?”.

Non sono particolarmente filantropo ed altruista. Infatti i guai altrui, di solito, mi toccano nel modo cui le continue ed incessanti notizie, ad arte presentate ed enfatizzate ad arte dai mass-media, colpiscono la maggior parte di noi: morbosa curiosità momentanea, subito seguita da indifferente oblio.

Per questo trovo strano quando mi sorprendo a trovare del dispiacere per una difficile situazione d’una altra persona. La medesima disposizione d’animo mi prende quando mi capita di vedere un’auto delle Forze dell’Ordine ferma al ciglio della strada per effettuare controlli.

A volte capita che la pattuglia sia formata da due persone: l’una sta vicina all’auto, imbraccia un mitra e indossa il giubbotto antiproiettile, mentre l’altra ferma gli automobilisti. Anche in questo caso, nel momento in cui l’addetto alza la paletta, credo che passi per la mente, di tutti e due stavolta, la domanda lampo: “chissà se assieme al rumore del motore che decelera, non devo sentire anche l’inizio del crepitio d’una sventagliata che mi falcia come un fuscello?”. Può essere che una domanda di questo genere, con l’abitudine; non passi più attraverso la parte cosciente, ma senz’altro continua ad influire, con i suoi immaginabili effetti, nella zona in cui tutti noi mandiamo le cose spiacevoli. Non c’entra nulla con ciò di cui sto parlando, ma se ogni tanto qualcuno di loro non è la cortesia in persona, come lo si può biasimare?

Questi discorsi, ad ogni modo, mi portano a cercare di soddisfare una curiosità cui non riesco a dare una risposta logica. “ Perché, quando qualcuno viene messo di sentinella a protezione della banca, nel caso della Guardia Giurata, e della pattuglia, in quello delle Forze dell’Ordine, deve stare nella posizione più vulnerabile?”. Si tratta forse del retaggio di d’una consuetudine in vigore nell’Esercito? Dove staziona la sentinella quando; di notte, monta la guardia alla polveriera? Sotto un bel lampione che l’illumina a giorno, al centro d’un area di qualche decina di metri quadrati. Non so se le cose siano oggi cambiate, ma quando ho prestato servizio militare, era in quelle condizioni che ho passato parecchie notti e, già allora, mi chiedevo perché diavolo non mi facessero nascondere al buio, da dove, non visto, avrei potuto meglio controllare il punto critico illuminato.

Ed ora, guardando Forze dell’Ordine e Guardie Giurate, mi chiedo perché non siano posizionati in modo da avere qualche possibilità di prevenire un attacco, non così ipotetico, senza avere la quasi certezza d’essere il primo bersaglio. Una faccenda del genere mi induce a immaginare che chi ha stabilito le regole della sentinella, probabilmente quando quest’Istituzione è stata codificata, fosse stato più preoccupato d’evitare che questa s’addormentasse o pensasse ai fatti propri, piuttosto che di vanificare un possibile attacco.

Anche a quei tempi, forse, era più importante per un Comandante “far vedere di aver fatto” qualcosa, dimostrare cioè agli uomini ed agli dei di preoccuparsi della salvaguardia dell’accampamento, mettendo un uomo in bella mostra. Un uomo nascosto, è vero che ha più probabilità di salvare la pelle, ma nessuno lo vede, quindi, gli uomini e gli dei potrebbero pensare: “ma che fa quell’inetto di Comandante?”. Un attacco ad un accampamento, però, si potrebbe prevenire anche con una fila di pentole e coperchi legati assieme e sistemati in modo da far inciampare chi non fosse a conoscenza della loro ubicazione; oppure con un branco di oche, come hanno dimostrato gli antichi Romani!

Ma che figura farebbe un capo militare, ed il suo Comandante, con pentolame e pennuti sparsi in giro? Molto meglio un ragazzotto con divisa ed arma in palla. Se così fa da bersaglio…….bè……pazienza, è “inevitabile”…..

Non ho certo la pretesa d’insegnare ai gatti ad arrampicarsi, né agli strateghi come si protegge un caposaldo ma, essendo io una persona dall’intelligenza particolarmente lenta e non molto sveglia, non riesco a capire il perché di quest’abitudine.

Il fatto, ad ogni modo, che io non abbia ancora scoperto il motivo logico per cui un uomo debba essere messo nella posizione del bersaglio, non significa che una spiegazione sensata non esista. Mi piacerebbe però conoscerla, così, quando mi succederà di vedere il Poliziotto, il Carabiniere, la Guardia Giurata, quasi ancora imberbi o prossimi alla pensione, la cui indifesa umanità non riesce a  venir nascosta da un arma imbracciata e dal giubbotto antiproiettile, potrò guardarli e pensare: “Stai rischiando, lo so, ma almeno c’è un valido motivo per cui lo devi fare”.

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